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FIERE


di Herbert Kiplin
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Una riflessione sul momento infelice delle fiere italiane.
Calendari congestionati, costi alti, promozione poco incisiva.
Prima erano Enti, oggi sono SpA, cosa ci siamo persi nel passaggio?


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::: Le fiere e il sistema che verrà

Al di là e nonostante la progressiva affermazione dei nuovi media per la comunicazione, digitali e non, con internet in testa ma anche la riscoperta della comunicazione territoriale e dell’ambient marketing, le manifestazioni fieristiche rimangono agli occhi delle aziende un momento molto importante per la promozione del proprio marchio, dei propri prodotti e, soprattutto, per entrare in contatto con clienti nazionali e internazionali, già in portafoglio e potenziali. Un ruolo quindi fondamentale quello di una fiera per lo sviluppo di un mercato in una logica di crescita e di internazionalizzazione dello stesso. Un ruolo che è stato sicuramente svolto egregiamente dagli inizi degli anni ’80 quando le fiere hanno sviluppato la formula della “specializzata riservata agli operatori”.

La forza di cambiare
Oggi però le cose stanno cambiando, i mercati stanno cambiando e le aziende sono cambiate: si sono sviluppate, consolidate e hanno esigenze diverse rispetto a venti anni fa. Negli anni ’60, quando sostanzialmente è nato il movimento fieristico in Italia, le cosiddette “campionarie” erano un’opportunità fondamentale per farsi conoscere sia dagli operatori che dai consumatori. Ricordiamo che la pubblicità era per pochi e che il sistema televisivo esprimeva solo il primo e il secondo canale, le TV private nacquero dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 1976 e RAI 3 solo nel 1979 per dar voce alle Regioni. In questo contesto il fenomeno delle fiere campionarie svolse il suo importantissimo ruolo fino alla fine degli anni ’80. La grande Fiera Campionaria di Milano chiuse definitivamente i battenti nel 1990. Dopo vent’anni di contributo fondamentale alle aziende italiane le campionarie dovettero lasciare spazio ad una nuova formula fieristica più in linea con le esigenze commerciali e strategiche delle aziende degli anni ’80. Ecco quindi la nascita e la rapida crescita delle manifestazioni specializzate e riservate agli operatori economici. Importantissime per soddisfare la necessità delle aziende di concentrarsi sulla crescita del proprio parco clienti nazionali e internazionali, a sostegno delle proprie strutture commerciali ancora in una fase di sviluppo.
Sono passati altri vent’anni e oggi, quando siamo nel 2000 ormai inoltrato, le aziende mordono il freno e dimostrano una crescente insofferenza al mancato rinnovamento delle manifestazioni fieristiche. Nel ventennio ‘60/’80 le campionarie, nel ventennio ‘80/2000 le specializzate, e oggi? Oggi stenta a nascere una nuova proposta che incontri le esigenze delle aziende del nuovo millennio e che segua, o meglio accompagni, lo sviluppo che i mercati nazionali e internazionali stanno concretizzando con grande rapidità. Le società fieristiche continuano a proporre la fiera specializzata organizzata sulla base dei vecchi schemi e il risultato è che in molti casi si registra un costante calo di espositori e visitatori.

Dalle politiche di mercato alla politica nel mercato
Quella che abbiamo fatto sinora è una mera e tremendamente sintetica storia del mercato fieristico italiano che ci ha consentito di individuare una necessità, causa delle insofferenza che le imprese di ogni settore stanno manifestando nei confronti della propria fiera di riferimento e del sistema fieristico in generale (ricordiamo che siamo appena usciti da 40 giorni di congestione di manifestazioni fieristiche sul settore “verde” a dir poco inaudito). Il quesito però riguarda a questo punto il perché in questi ultimi anni non si sia notata una spinta al rinnovamento delle ormai vecchie fiere specializzate. In questo caso il tentare una risposta è assai più complesso. Proviamo ad esaminare qualche elemento: il primo, sostanziale, è l’approvazione del Parlamento di una nuova “Legge quadro sul settore fieristico”, la Legge nr. 7 dell’11 gennaio 2001 (pubblicata sul nr. 26 della Gazzetta Ufficiale dell’1 febbraio 2001).
Il passaggio è molto importante perché le fiere, che prima facevano capo al Ministero dell’Industria ed erano soggette ad un regolamento molto rigido, che prevedeva tra l’altro la non concorrenza in una logica di concentrazione delle energie a favore della crescita dell’industria italiana, con la legge del 2001 passano per competenza alle Regioni e possono trasformarsi da Enti in SpA. La legge recita testualmente: “Le regioni disciplinano il riordino degli enti fieristici iscritti nell’elenco di cui al comma 1 prevedendone la trasformazione anche in società per azioni, tenendo conto, in tale caso, anche degli eventuali contestuali conferimenti da parte di terzi… Il progetto di trasformazione, redatto dall’ente fieristico, deve essere approvato dalla regione ed identificare il patrimonio dell’ente fieristico.”
In realtà la legge in questione è stata successivamente abrogata dall’articolo 6 della legge nr. 62 del 18 aprile 2005, recante disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alla Comunità Europea. In sostanza l’ingerenza delle Regioni venne ritenuta ingiustificata e contraria alle regole europee sul libero mercato. Quello che è comunque successo è che, uno dopo l’altro, tutti i vecchi Enti fieristici si sono trasformati in SpA e il controllo politico si è addirittura accentuato rispetto al precedente assetto. L’ingresso dei privati nelle compagini societarie e quindi nei consigli di amministrazione in realtà è stato minimo e fortemente controllato, un esempio per tutti: Bolognafiere SpA è retta da una compagine societaria che vede con il 35,859% il Comune, la Camera di Commercio e la Provincia di Bologna insieme ad altri 18 soci, tra i quali la Lega Coop, la Confesercenti, la Finanziaria Bologna Metropolitana, la Promoter di Alfredo Cazzola (famosa in quanto organizzatrice del Motor Show e recentemente acquisita dal gruppo francese GL Events) e altri.

Piatto ricco mi ci ficco
D’altro canto come poteva la nostra classe politica lasciarsi sfuggire un’occasione tanto ghiotta: la trasformazione degli Enti fieristici in SpA ha significato, oltre alla creazione di un giro di denaro enorme, la possibilità di moltiplicare le poltrone da assegnare a propri uomini in grado di esercitare una funzione di controllo, di approvvigionamento e di sostegno in occasione delle campagne elettorali. Ben s’intende, come ci hanno insegnato Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nel loro libro “La casta” (di cui vi suggeriamo la lettura), il fenomeno è assolutamente trasversale e abbraccia tutto l’arco parlamentare da sinistra a destra.
Questa situazione ha portato purtroppo a una generalizzata dequalificazione del management fieristico con conseguenze importanti che già oggi si manifestano ma che, se non si pongono dei rimedi, potranno diventare un problema serie in futuro.
D’altro canto in Italia siamo abituati perché siamo nati all’interno di una situazione che vede strettissime connessioni tra la politica e l’economia, non è certo questo che ci scandalizza, purché le nomine abbiano almeno quel senso pratico che esige “l’uomo giusto al posto giusto”. Tra quelli più recenti l’esempio che ha maggiormente colpito è quello dell’avvicendamento da Pier Giacomo Ferrari a Claudio Artusi alla poltrona di amministratore delegato di Fiera Milano SpA. Il primo con una ventennale storia fieristica alle spalle, il secondo, ingegnere, con esperienze di primo piano all’Ansaldo e all’Anas.
Quelli che occorrerebbero oggi sono uomini di grande esperienza fieristica e di profondo buon senso manageriale. Occorre riportare i mercati e le aziende al centro dell’attenzione fieristica, occorre che i vari quartieri, con i loro spazi e i loro calendari facciano “sistema” imboccando la strada di una seria collaborazione e abbandonando quella della concorrenza “al coltello” che ci sta facendo assistere a spostamenti di manifestazioni fieristiche da un quartiere all’altro e a calendari improponibili per le logiche di internazionalizzazione di cui tanto si parla. Cinque manifestazioni fieristiche sui mercati del verde sparse per l’Europa in soli 40 giorni non rappresentano un’opportunità, bensì un problema, soprattutto per gli operatori internazionali che non possono certo stare lontani dall’azienda per così tanto tempo.

il mercato al centro delle attenzioni
Purtroppo al momento non si vedono tante vie di scampo alla situazione che abbiamo descritto se non quella che prevede le aziende stesse rimboccarsi le maniche e prendere in mano la situazione. Se andiamo ad analizzare nel dettaglio i dati delle più importanti manifestazioni fieristiche scopriamo che quelle che stanno soffrendo meno rispetto alla generalizzata crisi sono espressione diretta delle Associazioni industriali più forti e strutturate, le quali hanno la possibilità di sedersi al tavolo delle società fieristiche da una posizione di forza, imponendo le proprie esigenze e le proprie necessità. Federlegno e il suo Salone del Mobile, UCIMU e la sua BI.MU, UCINA e il Salone della Nautica, UNACOMA e EIMA sono solo alcuni esempi di come un’associazione di categoria possa intervenire da protagonista nel mercato fieristico, impostando, e in taluni casi anche organizzando direttamente, proprie manifestazioni in linea con le esigenze di quelle aziende che, oltre ad essere espositori, sono anche quelle che ogni anno versano la quota associativa.
Naturalmente anche le Associazioni che diventano titolari della manifestazione fieristica del proprio settore devono mediare le esigenze fieristiche dei loro associati con i calendari, i costi e i servizi dei quartieri fieristici. I vantaggi però sono decisamente importanti: oltre all’indubbia forza contrattuale, non si può trascurare i benefici economici che un’Associazione trae dalla titolarità di una manifestazione fieristica. Benefici che possono essere riversati sulla manifestazione stessa, a favore degli associati/espositori, a favore di campagne promozionali o a far fronte a una delle mille necessità che intervengono quando si è tra i protagonisti di un mercato.

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